“La goliardia è il tradizionale spirito che anima le comunità di studenti, soprattutto in ambito universitario, in cui alla necessità dello studio si accompagnano il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia e dell’avventura” (Wikipedia)
La parola ha un etimo incerto, ma fin dal Medioevo identificava lo stile di vita dei cosiddetti “clerici vagantes” ossia quegli studenti ed intellettuali vagabondi che, per via delle loro ridotte capacità economiche, non potendo quindi essere ammessi nelle Università, si davano ad una sorta di vagabondaggio intellettuale (peregrinatio academica) seguendo gli spostamenti del loro Maestro preferito o recandosi dove insegnavano professori famosi. Chierici perché, sia pur senza vocazione alcuna, avevano preso gli ordini minori e dunque potevano godere di alcuni privilegi ecclesiastici che tornavano utili per il loro sostentamento. Lo stile di vita era quello di autentici spiriti liberi, la loro giovinezza li spingeva a ricercare i piaceri ad essa associati, e conseguentemente l’amore, il gioco ed il vino erano gli argomenti dei loro parodistici componimenti poetici scherzosi, licenziosi e dissacranti al limite dello sberleffo. Sul finire del XIX secolo gli studenti bolognesi, per primi, definirono con il termine “Goliardia” il movimento fondato col patrocinio di Giosuè Carducci, allora professore presso la locale Facoltà di Lettere. Il poeta aveva assistito nel 1886 in Germania a manifestazioni studentesche ispirate alla tradizione ed al modus vivendi dei “clerici vagantes” che sarebbe divenuto poi il modus operandi dei Goliardi. I festeggiamenti del 1888 per l’ottavo centenario della Università bolognese, denominati “Saecularia Octava”, richiamarono a Bologna delegazioni di studenti e di professori da tutta Europa. Le cronache dell’epoca descrivono come fantastica e irripetibile l’atmosfera di euforia e di fratellanza tra studenti europei che pervase gli animi in quei giorni. Ogni delegazione recava un dono: i goliardi di Torino portarono un’enorme botte di vino Barbera che sfilò per il centro della città posta su un grande carro trainato da quattro buoi inghirlandati e preceduto da venti cavalieri in costume. Sulla botte, a cavalcioni, stava uno studente travestito da Bacco con la testa cinta da una corona di foglie di vite, accanto a lui una baccante con una coppa in mano e un satiro cornuto con le gambe caprine e la zampogna. I goliardi di Padova portarono al seguito un autentico bue che venne anch’esso fatto sfilare; i goliardi di Pavia regalarono una enorme forma di formaggio pesante più di 70 chili, recante sui lati dei versi scherzosi in rima e in latino maccheronico. La botte di Barbera, il bue e il formaggio furono consegnati ai bolognesi con una fastosa cerimonia durante la quale si parlava in latino (anche qui maccheronico) e furono poi utilizzati dai Bolognesi per allestire un enorme banchetto a cui presero parte tutti gli ospiti. Fu l’esordio di un rituale che sarebbe diventato poi in tutta Italia quello delle feste goliardiche, le “Matricularum Feriae”.


Verso la fine degli anni ‘50 del secolo scorso, dopo le nefaste vicende belliche, in tutte le sedi universitarie la goliardia conobbe un deciso ed entusiastico rilancio, e così avvenne anche dalle nostre parti dove però la complessa ed articolata ritualità del modello originale, manifestamente mutuata dai codici e dalle procedure della Cavalleria medioevale, fu adeguata al nostro modo di sentire, ai nostri costumi ed abitudini di vita ed alle nostre tradizioni socio-culturali pur tenendone saldi i principi fondamentali. Tra gli Universitari c’era il riconoscimento di un ordine gerarchico che li suddivideva in relazione al numero di “bolli” annuali apposti dall’Ateneo sui loro tesserini universitari e in virtù di quel numero, che definiva diritti e supremazie, così venivano identificati:
1 bollo: Matricola, alias ” res minus quam merdam consideratam“;
2 bolli: Fagiolo, alias “famelicus tolleratus sed necessarius faseolus“; (famelico perché si rifaceva dei “danni” subiti l’anno precedente)
3 bolli: Colonna, alias “Solidissima ac gloriosa Columna“;
4 bolli: Anziano, alias “Nobilis Antianus“;
5 bolli: Divino, alias “Divinus Laureandus” se aveva presentato la tesi di Laurea
6 bolli e più: Fuoricorso, alias “Sidereus Extracursus“.
Tutto il rituale regolava le varie manifestazioni durante le quali gli studenti al primo anno, detti “matricole”, con la cerimonia della consegna del Papiro consistente in una pergamena riempita con disegni sconci, frasi ironiche e dissacranti in un latino improbabile e maccheronico, dopo un farsesco pubblico processo, venivano ammessi a far parte della Consorteria universitaria. Per la propria e pleonastica difesa processuale la matricola sceglieva un Anziano come proprio Padrino che in teoria avrebbe dovuto difenderla, ma che di solito finiva per peggiorarne la situazione. L’assoluzione “per munificam magnanimitatem” era comunque garantita ed il Padrino, insieme al papiro, donava la feluca, il caratteristico cappello a punta il cui colore, lo stesso dei mantelli, rimandava ad una particolare Facoltà: bianco per Lettere, rosso per Medicina, verde per Scienze, rosso amaranto per Farmacia, bleu per Legge e così via.
La “caccia” alle matricole cominciava presso l’Ateneo barese già nei primi giorni dell’anno accademico, quando gli anziani, fra scherzi vari e sfottò, reclamavano e riscuotevano bevute al bar, caffè e sigarette a spese del malcapitato neo-iscritto.
Quindi, solitamente durante le feste natalizie, con i rientri a Castellana di chi studiava fuori sede, venivano organizzate le Feriae. L’Assemblea eleggeva un Comitato con a capo un “Princeps” al quale veniva affidato il compito di organizzare le varie manifestazioni. Preliminarmente, per affrontare le necessarie spese, sfilava per le vie della città il primo corteo, detto della “Questua” durante il quale gli studenti chiedevano, di solito ricevendole, sommette di danaro ai vari negozianti. Non di rado giungevano gradite offerte anche da parte di professionisti che ben volentieri contribuivano in maniera tangibile tornando, con la mente e con il cuore, ai tempi in cui quelle stesse cose le avevano fatte loro.
La festa durava alcuni giorni, iniziava con la consegna delle chiavi della Città dalle mani del Sindaco al Princeps, che diventava simbolicamente il regnante pro-tempore fino alla conclusione dei festeggiamenti, e proseguiva con sfilate di carri allegorici, dai simbolismi più vari, sui quali e dietro ai quali i goliardi intonavano canti inneggianti alle gioie della vita e mostravano cartelli sui quali erano stati scritti motti salaci e fantasiosi slogan satirici, spesso irriverenti. I canti goliardici, genere al quale appartengono anche i “Carmina Burana” di Orff, sono scritti in un buffo latino mescolato con la lingua volgare, esaltano la passione amorosa, il vino ed il divertimento in genere, e spesso ironizzano, anche in modo blasfemo, su temi religiosi. Quello ufficiale della goliardia nazionale era il “Gaudeamus” il cui primo verso così recita: “Gaudeamus igitur juvenes dum sumus” (godiamo dunque finchè siamo giovani). Ma quello che si cantava da noi a Castellana era “Bimbe belle”: “Bimbe belle facciamo all’amore/ ch’è la cosa più bella del mondo/ chi non ama nel tempo giocondo/ quand’è vecchio non ce la fa più! / Cosa importa se voi professori/ siete vecchi barbosi e tiranni/ i goliardi hanno sempre vent’anni/ e il cappello rivolto all’insù!” una versione abbastanza “annacquata” rispetto all’originale che è possibile reperire su Youtube. I cortei erano sempre preceduti dai simboli storici ed identificativi della goliardia: Bacco, dio del vino, Tabacco, simbolo degli stravizi, e Venere, dea dell’amore.
Nel 1964, tra le altre manifestazioni, ci fu anche lo spettacolo teatrale “Romeo e Giulietta, una divertente, quanto irriverente, parodia, tratta dalla tragedia shakespeariana, rappresentata nella palestra delle Scuole elementari “G. Tauro”. Molti della mia generazione la ricordano quale spettacolo parecchio spassoso soprattutto perché anche le parti femminili erano recitate da ragazzi. Per me, diciassettenne non ancora universitario, si trattò dell’esordio nel mondo del teatro e suscitò una passione che mi ha poi accompagnato per tutta la vita.
Immancabili erano i giochi e le gare sportive che vedevano anziani e matricole, in tenute improbabili e fantasiose (baby doll, pigiami, mutandoni variopinti ecc), scontrarsi animosamente. Inutile dire che le matricole, ex lege, DOVEVANO regolarmente subire umilianti sconfitte, anche perché l’arbitro, manco a dirlo, era un “feroce” anziano…
Durante i giorni di festa i goliardi, mostrando il tesserino universitario, godevano di particolari privilegi nel paese, tra i quali l’ingresso gratuito nelle sale cinematografiche.
Si poneva fine ai festeggiamenti con una gran Serata di Gala con musiche e danze. Negli anni ai quali sto facendo riferimento non vi erano molte feste danzanti, e comunque quella degli universitari era decisamente la più attesa, la più elegante, il clou annuale. Le ragazze aspettavano questa occasione per indossare un abito nuovo e di gran moda. Anche i ragazzi vestivano rigorosamente da sera, né avrebbero potuto essere ammessi se non lo fossero stati. La festa poneva fine anche alle scherzose, e comunque divertenti, “vessazioni” verso le povere matricole, ma con una sola eccezione: durante il ballo la matricola maschio, a semplice richiesta, doveva cedere la propria dama all’anziano che, col semplice gesto della presentazione del tesserino con più bolli, ne prendeva il posto. La regola dei bolli valeva anche tra gli anziani, ma non per il Princeps, al quale veniva riconosciuta una anzianità virtuale superiore a quella di qualsiasi altro collega.
Penso sia stato un vero peccato che queste tradizioni, nel tempo, siano del tutto scomparse, ma mi piace sperare che le festose foto qui allegate (datate 1968 quando toccò a me, Nino Bianco, Mariella D’Ambruoso, Paolo Minoia e Luciano Magno organizzare le Feriae) e questi miei ricordi possano indurre ed invogliare i nostri giovani universitari a riprendere un discorso purtroppo interrotto. Si ha ancora tanto bisogno di gioventù risonante di allegria, traboccante di entusiasmi, esuberante in creatività ed ironia: sarebbe un bene per tutta la comunità!






























